Cinquanta righe di plausi e rimpianti per un lungo e commosso epitaffio in versi, dedicato a una donna romana nel II d.C: Ma al contratio di quello che si possa immaginare, questi versi non sono dedicati ad una virtuosa matrona o sacra vergine vestale, ma bensì ad una liberta, una ex-schiava, il cui nome era Allia Potestas.

  Dis Manib(us)
      Alliae A(uli) l(ibertae) Potestatis 

Hic Perusina sita est, qua non pretiosior ulla.
Femina de multis uix una aut altera uisa
sedula. Seriola parua tam magna teneris.
«Crudelis fati rector duraque Persiphone,
quid bona diripitis exuperantque mala?»
Quaeritur a cunctis, iam respondere fatigor,
dant lachrimas, animi signa benigna sui.
Fortis, sancta, tenax, insons, fidissima custos,
munda domi, sat munda foras, notissima uolgo,
sola erat ut posset factis occurrere cunctis;
exiguo sermone, inreprehensa manebat.
Prima toro delapsa fuit, eadem ultima lecto
se tulit ad quietem positis ex ordine rebus.
lana cui e manibus nuncquam sine caussa recessit,
opsequioque prior nulla moresque salubres.
Haec sibi non placuit, numquam sibi libera uisa. 
Candida, luminibus pulchris, aurata capillis,
et nitor in facie permansit eburneus illae
qualem mortalem nullam habuisse ferunt,
pectore et in niueo breuis illi forma papillae.
Quid crura? Atalantes status illi comicus ipse.
Anxia non mansit, sed corpore pulchra benigno.
Leuia membra tulit, pilus illi quaesitus ubique;
quod manibus duris fuerit culpabere forsan:
nil illi placuit nisi quod per se sibi fecerat ipsa. 
Nosse fuit nullum studium, sibi se satis esse putabat,
mansit et infamis, quia nil admiserat umquam.
Haec duo dum uixit iuvenes ita rexit amantes,
exemplo ut fierent similes Pyladisque et Orestae:
una domus capiebat eos unusque et spiritus illis.
Post hanc nunc idem diuersi sibi quisq(ue) senescunt;
femina quod struxit talis, nunc puncta lacessunt.
Aspicite ad Troiam, quid femina fecerit olim!
Sit precor hoc iustum exemplis in paruo grandibus uti.
Hos tibi dat uersus lacrimans sine fine patronus
muneris amissae, cui nuncquam es pectore adempta,
quae putat amissis munera grata dari,
nulla cui post te femina uisa proba est.
Qui sine te uiuit, cernit sua funera uiuos.
Auro tuum nomen fert ille refertque lacerto,
qua retinere potest auro collata Potestas.
Quantumcumq(ue) tamen praeconia nostra ualebunt,
uersiculis uiues quandiucumque meis.
Effigiem pro te teneo solacia nostri, 
quam colimus sancte sertaque multa datur,
cumque at te ueniam, mecum comitata sequetur. 
Sed tamen infelix cui tam sollemnia mandem?
Si tamen extiterit, cui tantum credere possim,
hoc unum felix amissa te mihi forsan ero.
Ei mihi! Vicisti: sors mea facta tua est.

Laedere qui hoc poterit, ausus quoque laedere diuos:
haec titulo insignis, credite, numen habet.

Agli Dei Mani
     di Allia Potestas, liberta di Aulo 

Qui giace la Perugina, di cui nessuna fu più bella.
Tra molte a stento una o due sembrò (tanto)
operosa. Tu, tanto grande, sei contenuta in una piccola urnetta.
«O crudele signore della morte e tu dura Persefone, 
perché rapite le cose buone e le malvagie restano?»
– è la domanda di tutti, a cui già sono stanco di rispondere –
e versano lacrime, segno del loro animo gentile.
Forte, morigerata, parsimoniosa, irreprensibile, custode fidatissima,
curata in casa, fuori casa curata quanto basta, ben nota a tutti,
era la sola che potesse badare a tutte le faccende;
faceva parlare poco di sé, era sempre immune da critiche.
La prima a scendere dal letto, per ultima vi andava a dormire
dopo aver posto in ordine ogni cosa;
mai senza ragione la lana si allontanò dalle mani,
 nessuna le fu superiore nel rispetto e nei sani costumi.
Non aveva un’eccessiva  considerazione di sè, mai volle considerarsi libera.
Era di carnagione chiara, con occhi belli e capelli dorati,
e mantenne il viso di uno splendore eburneo
quale nessuna donna si dice abbia mai avuto,
e nel niveo petto aveva piccoli seni.
E che dire delle gambe? quelle di Atalanta, al suo confronto, erano addirittura ridicole.
Non era restia, ma generosa nel suo amabile corpo.
Ebbe membra lisce, se ne tolse ogni pelo;
forse potrai incolparla di aver avuto mani ruvide:
niente le piaceva, se non ciò che aveva fatto da sé.
Non ebbe desiderio di sapere, pensava di bastare a se stessa,
e non attirò mai su di sé maldicenze, poiché non aveva mai commesso alcuna colpa.
Mentre era in vita mantenne l’affetto tra due giovani amanti,
cosicché divennero simili all’esempio di Pilade e di Oreste:
una sola casa li accoglieva, avevano un’unica anima. 
Dopo la sua morte ora quegli stessi invecchiano separati l’uno dall’altro;
ciò che una tale donna costruì, ora parole offensive danneggiano.
Guardate a Troia, quello che un tempo fece una donna!
Mi sia concesso, vi prego, di valermi di grandi esempi in piccola cosa.
Il patrono, a cui non sei mai stata strappata dal cuore, piangendo senza tregua,
offre in dono a te, che sei morta, questi versi
che crede doni graditi ai defunti,
(il patrono) a cui nessuna donna, dopo di te, sembrò degna.
Egli, che vive senza di te, è come se vedesse da vivo i propri funerali.
Al braccio porta di continuo il tuo nome, 
unico modo per trattenerti con sé, unita all’oro, POTESTAS.
Tuttavia, qualunque valore avranno i miei elogi,
a lungo vivrai nei miei versetti.
In luogo tuo, per mia consolazione, tengo un’immagine, 
che venero religiosamente e molte ghirlande le sono offerte,
quando verrò da te, (la tua statua) mi seguirà, compagna (nel sepolcro).
Ma tuttavia, me infelice, a chi demanderò tali riti funebri?
Se tuttavia ci sarà qualcuno a cui possa affidare un così grande incarico, 
per questo solo motivo, pur avendoti perduta, mi sentirò forse felice.
Ahimé! hai vinto: la mia sorte è diventata la tua. 

Chi oserà violare questa tomba, violerà anche gli dei: 
questa (donna), onorata dall’iscrizione, credete, ha una divinità che la protegge.