“Non dir bene del giorno finché non è venuta sera; di una donna finché non è stata bruciata; di una spada finché non è stata provata; di una ragazza finché non si è sposata; del ghiaccio finché non è stato attraversato; della birra finché non è stata bevuta”

— Michael Crichton, Mangiatori di morte

Ormai mille anni sono passati dalle ultime scorrerie dei terribili guerrieri vichinghi. I dragar, le loro agili e veloci navi, giagiono ancora lungo le coste del Kattegat e del Mar Baltico. Ricoperte di muschi e licheni, pietrificate, riposano silenti sul fondo del mare.
Silenti sono anche le “navi” immerse nel verde dei pascoli, in qualche caso all’ombra di secolari foreste. Ma questi vascelli non furono costruiti per solcare le onde, ma per custodire le spoglie di sovrani e guerrieri, per lasciar memoria alle future generazioni il ricordo di capostipiti di stirpi dedite alla pesca, al commercio e alla guerra, e sopratutto, alla navigazione.
Sono conosciute col nome mortale di skibssætninger o skeppssättningar, a seconda se ci si trova in Danimarca o Svezia.
Conosciute nella nostra lingua come “navi di pietra”, termine paradossale ma che ben si addice a questi sepolcri.


I Vichinghi, come d’altronde gran parte dei popoli antichi, credevano nella vita dopo la morte e ritenevano di poter portare con sé i propri beni nell’aldilà. I guerrieri venivano inumati assieme alle loro armi, le donne con oggetti preziosi; spesso i membri delle famiglie reali e i più facoltosi si facevano seppellire all’interno di una nave, di solito vera, più di rado un vascello appositamente costruito, dove venivano stipati beni preziosi, mobilia, suppellettili, a volte cavalli, carri e perfino schiavi uccisi durante i solenni funerali affinché continuassero a servire i loro padroni. Il drakkar veniva poi coperto da un tumulo di terra e pietre; in certi casi la nave veniva data alle fiamme, prima di essere occultata.
Fortunatamente ciò non accadeva spesso, perché altrimenti oggi non potremmo ammirare le splendide navi vichinghe conservate nel museo archeologico di Roskilde, in Danimarca, e nel forse più famoso Vikingshiphuset, il celebre museo di Oslo.


Per quanto imponenti, le navi di pietra sono solo un aspetto della singolare pratica funeraria: anziché sacrificare un’autentica imbarcazione, se ne costruiva un simulacro, a volte di dimensioni gigantesche, accostando le une alle altre enormi lastre di pietra, in modo da disegnare sul terreno la forma di uno scafo. Spesso i monoliti posti a prua e a poppa svettavano sugli altri e in certi casi un sottile menhir era posto al centro del recinto, in modo da rappresentare l’albero maestro. All’interno del perimetro veniva poi scavata una fossa atta ad accogliere la salma del defunto e il suo corredo funerario; in certi casi, l’interno della “nave” veniva infine riempito di sassi più piccoli, in modo da formare una specie di ponte di coperta. Gli archeologi pensano che i Vichinghi e i loro antenati scandinavi avessero adottato questo particolare tipo di sepoltura, e più in generale l’uso dei drakkar come ultima dimora dei potenti, perché ritenevano fondamentale che i defunti disponessero di una nave per il loro viaggio verso l’oltretomba