Colonia Antonio Devoto – Passo del Bocco, monte Zatta.
365 sono i giorni dell’anno come 365 sono le finestre rosse che caratterizzano un imponente stabile che si erge dalla boscaglia sulle alture del monte Zatta, presso il passo del Bocco. È il palazzo dell’ex colonia Devoto. Costruito negli anni trenta grazie ai finanziamenti dell’omonimo filantropo Antonio Devoto, destinato inizialmente a ricovero per i bisognosi, poi tramutato in colonia montana, svolgendo tale servizio fino agli anni ’60. Dopo la perdita della sua funzione è stato utilizzato come casa di cura e recupero dei tossicodipendenti prima di essere definitivamente lasciato alla mercé delle intemperie e dei vandali.
Parcheggiata l’auto di fronte a ciò che resta di un vecchia taverna, la strada sale lievemente tra secolari alberi, attraversando un bosco decisamente pulito e curato, passa un cancello che pare esser più vecchio degli alberi stessi.
Dopo poche decine di metri il rosso acceso delle finestre sembra stonare coi colori del bosco, avvicinandosi risulta evidente l’imponenza di questa struttura tetra ed apparentemente fuori luogo.
Toccando i solidi muri si ha la conferma di non essere in presenza di una strana allucinazione. Il giorno della nostra visita, una squadra di taglialegna sta lavorando proprio sul “piazzale” antistante all’entrata principale, peraltro spalancata, gioco forza dobbiamo cercare un’entrata alternativa attraverso una finestra posta distante dall’occhio degli operai. Un saltino e ci troviamo in una stanza piena di rottami di elettrodomestici, una vasca da bagno, pezzi di infissi, legni e vetri sparsi su un pavimento decisamente poco elegante. Salendo i numerosi piani (5 in totale) ci si rende conto delle frequenti visite di simpatici burloni ai quali piace distruggere beni altrui e lanciare oggetti e mobilia giù dalle finestre. Non rimane molto al suo interno, si salvano dei comodini in metallo accatastati in una stanza, qualche attrezzo da cucina e poco più.
I lunghi corridoi dei piani superiori che si snodano tra muri graffitati e porte ormai senza vetri, sono interrotti da pannellature in legno che appaiono come goffi tentativi di recupero o messa in sicurezza anche se la struttura appare piuttosto solida di per sé.
Il posto non mi ha suscitato particolari emozioni, è risultato un luogo decisamente freddo, impersonale e sterile, tuttavia rimane il fascino di vederlo nascere dal bosco con le sue improponibili finestre rosse ed il suo glaciale cemento.